EMI nelle fobie lutto e disturbi da panico

Fobie, lutto, ossessioni, disturbi di panico e ruminazioni

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L’EMI (Eye Movement Integration)   assieme alle terapie ad esposizione si è dimostrata efficace non solo per i sintomi di stress traumatico, ma anche per altri sintomi come fobie , lutti e disturbi da panico, specialmente li dove i ricordi sono stati rimossi. Il Terapeuta EMI sa che un passaggio essenziale della terapia  è decidere da dove iniziare il processo di cura.( Barlow, Gorman, Shear, & Woods, 2000 ; Blanco et al., 2010 ; Goodson et al ., 2011 ; Hofmann & Smits, 2008 ; Powers & Emmelkamp, ​​2008 ; Powers, Halpern, Ferenschak, Gillihan e Foa, 2010 ; Powers, Sigmarsson ed Emmelkamp, ​​2008 ; Simpson et al., 2013)

Ancora una volta, si tratta di trovare la causa o l’evento chiave che ha portato al problema attuale, un’eziologia che a volte è abbastanza lontana dal problema stesso. L’approccio che ogni terapeuta  usa per individuare la fonte della causa è una questione  personale e professionale, le forme tradizionale di terapia del linguaggio, semplicemente usano il linguaggio per esplorare la natura e la portata del problema portato dal cliente.

Il terapeuta dovrebbe già possedere competenze sufficienti in queste aree per essere in grado di comprendere la causa principale del problema e le sue manifestazioni. A quel punto, l’EMI è un mezzo molto efficace per rimuovere l’ostacolo alla risoluzione del problema attuale.

Puntualizziamo che sia la EMI che l’EMDR pongono l’accento sulle memorie traumatiche, come cause del sintomo attuale, quindi un metodo efficace di indagine in entrambi gli approcci  è scoprire nessi di eventi e ricordi negativi che possono avere condizionato il soggetto. Spesso in entrambi i training EMDR o EMI si insegnano metodi di anamnesi e di come raccogliere tali informazioni, ad esempio la black list dei ricordi è una di queste metodologie.

Riguardo le fobie, Il DSM-5 le definisce come una paura o ansia verso un oggetto o verso situazioni specifiche. La persona che soffre di una fobia specifica quindi prova una paura marcata, persistente, sproporzionata, non solo quando lo stimolo fobico è presente ma anche quando si aspetta di affrontare un oggetto o una situazione specifica. Ma qual è il pensiero all’origine della paura?

 

  • previsione del danno (per esempio nella fobia specifica dell’aereo il cadere)
  • perdita del controllo
  • paura di svenire
  • vertigini

 

I soggetti con fobia specifica inoltre non provano ansia solamente perché sono vicini o a contatto con lo stimolo fobico, ma anche per il fatto che percepiscono una limitazione nella possibilità di allontanarsi da esso. L’ansia inoltre può essere anche anticipatoria: la persona può sentirla solamente prevedendo la situazione temuta ed è per questo che attua dei comportamenti di evitamento. Se poi il soggetto percepisce l’impossibilità di allontanarsi o di evitare la situazione è possibile che l’ansia sia tale da provocare un attacco di panico.

L’esempio di un caso clinico. Una cliente ci contatta per un disturbo da evitamento fobico dei i rapporti sessuali. Ovviamente, a livello emotivo, si sente disorientata, ansiosa e arrabbiata. Come primo colloquio, abbiamo fatto un’anamnesi clinica sottoponendola ad una intervista nella quale abbiamo estrapolato le sue problematiche, le strategie disfunzionale che attua per mantenere il problema, le tentate soluzioni e gli evitamenti (Nardone, Watzlawick, 1989). In seguito le abbiamo fatto compilare la “Black List” (la lista dei ricordi peggiori) ed è emerso che la paziente era stata abusata dallo zio quando aveva 10 anni. Abbiamo così elaborato insieme un percorso terapeutico riabilitativo nel quale l’obiettivo sarebbe stato la desensibilizzazione del ricordo traumatico e, di conseguenza, dell’evitamento attualmente messo in atto. Fatto quindi un assesment psicologico e la raccolta dei target in anamnesi, abbiamo proseguito con la stabilizzazione e psicoeducazione secondo il Modello SARI (Philips, Frederich, 1995), in cui abbiamo insegnato alla paziente delle strategie di coping su come gestire l’attivazione emotiva nei confronti dei trigger, installato le varie le risorse (ad es. training autogeno, tecniche di respirazione e biofeedback, mindfulness, ecc.).

La seconda fase ci siamo occupati di accedere ai vari ricordi individuati e abbiamo scelto insieme il target su cui cominciare l’elaborazione. Il primo target individuato e concordato è stata un’esperienza di bullismo vissuta all’età di 12 anni. Conclusa questa fase ed elaborato questo ricordo, ci siamo in seguito concentrati sull’abuso vero e proprio. Sono emersi vergogna, senso di colpa e rabbia ma, grazie all’elaborazione con EMI, spostandoci da un ricordo all’altro, siamo riusciti a depotenziare e integrare i ricordi disturbanti. Finita questa ulteriore fasi, ci siamo concentrati sul futuro, sulla gestione della nuova rete delle informazioni emersa e abbiamo concordato un percorso di follow up della cliente.

 

Il DSM-5 ha proposto la diagnosi di disturbo da lutto persistente e complicato per indicare proprio quelle condizioni in cui le manifestazioni acute del lutto, con vissuti a stampo negativo, di tristezza, colpa, invidia, rabbia, associati a persistenti ruminazioni relative alle cause, circostanze e conseguenze della perdita, permangono se sono trascorsi almeno 12 mesi dalla morte di qualcuno con cui l’individuo in lutto aveva una relazione stretta, considerando questo lasso di tempo come discriminante tra lutto normale e patologico.Se il periodo del lutto è già diventato cronico, o se la sofferenza diventa patologica, può essere indicato un intervento di qualche tipo. Quando la morte è improvvisa e violenta – un suicidio, un incidente, un omicidio, una guerra – il normale processo di lutto che porta alla risoluzione è spesso bloccato da ricordi traumatici congelati e carichi di emozioni. Il trattamento EMI di queste specifiche memorie può liberare il sano processo del lutto, senza eliminare ciò che normalmente fa parte del precorso spontaneo di guarigione. Allo stesso modo, se il cliente ha “situazioni irrisolte” o “Gestalt non chiuse” (Perls, 1972) con la persona che è morta e non può raggiungere la risoluzione di quelle difficoltà dopo la scomparsa dell’altra parte, l’EMI può prendere come Target questi conflitti residui o non risolti o sensi di colpa e consentire il normale flusso elaborativo spontaneo del lutto.

 

Per la descrizione dei sintomi del panico facciamo riferimento ai manuali diagnostici e statistici internazionali in particolare al DSM-5 (APA, 2013): un attacco di panico si presenta come un periodo preciso di intensi paura o disagio, durante il quale quattro (o più) dei seguenti sintomi si sono sviluppati improvvisamente ed hanno raggiunto il picco nel giro di 10 minuti:

  • palpitazioni, cardiopalmo, o tachicardia
  • sudorazione
  • tremori fini o a grandi scosse
  • dispnea o sensazione di soffocamento
  • sensazione di asfissia (mancanza d’aria)
  • dolore o fastidio al petto
  • nausea o disturbi addominali
  • sensazioni di sbandamento, di instabilità, di testa leggera o di svenimento
  • derealizzazione (sensazione di irrealtà) o depersonalizzazione (essere distaccati da sé stessi)
  • paura di perdere il controllo o di impazzire
  • paura di morire
  • parestesie (sensazioni di torpore o di formicolio)
  • brividi o vampate di calore.

 

Ricordiamo che sono sufficienti quattro sintomi di quelli sopra descritti per essere in presenza di un attacco di panico. La presenza di meno di quattro sintomi in genere definisce la presenza di un attacco di panico definito paucisintomatico che, la maggior parte delle persone, definisce come una crisi d’ansia.

In un’ottica di protocollo  EMI-R (Kazanxhi, Ricci, 2017) e secondo le Exposure Therapy (non dimentichiamoci che la EMI-R si colloca nel filone delle terapie immaginativo-espositive che hanno come obiettivo l’integrazione di memorie, cognizioni e la loro desensibilizzazione emotiva al presente (Wolpe, 1952).

Il percorso terapeutico si svilupperà seguendo il Modello SARI (Philips, Frederich, 1995), ponendo particolare attenzione alle prime due fasi, Stabilizzazione e Accesso, e, nello specifico, per quello che riguarda l’Accesso, il terapeuta avrà il compito dell’individuazione degli inneschi (i Triggers), legati appunto al verificarsi degli attacchi di panico. In questa fase, quindi, è importante un buon assessment iniziale, senza il quale è impossibile intervenire in modo efficace e in sicurezza, onde evitare la ritraumatizzazione del paziente.

La presenza di ossessioni e compulsioni definisce generalmente, secondo il DSM, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC). Le ossessioni sono pensieri, impulsi o immagini mentali che vengono percepite come sgradevoli o intrusive dalla persona. Possiamo distinguerle in due categorie:

  • Ossessioni legate a compulsioni. In questo caso, la persona si sente costretta a mettere in atto comportamenti ripetitivi o azioni mentali che permettono di alleviare momentaneamente il disagio provocato dalle ossessioni.
  • Ruminazioni, quando i pensieri ossessivi non sfociano in una compulsione ma rimangono come schemi di pensiero o immagini non desiderate e pervasive tendenti all’auto-perpetrazione.

In questo caso, il terapeuta dovrà lavorare in un’ottica terapeutica cognitivo-integrata e isolare i vari Triggers rappresentati dai pensieri ossessivi.

In tutti i casi finora affrontati, raccomandiamo un approfondimento sia delle varie teorie e pratiche delle terapie ad esposizione immaginativa e comportamentale (Ellis e Beck 1972) che di quelle strategiche (Watzlawick, 1978 e Nardone, 1998).

 

Copyright EMI ITALY 2018

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