Il nostro corpo lo sa (dissociazione traumatica pt2)

Nel precedente articolo, ho trattato degli aspetti puramente cognitivi della dissociazione, soffermandomi poco sulla componente corporea se non per discutere della teoria polivagale di Stephen Porges.

Questo perché, da una parte, gli effetti che la dissociazione ha sulla nostra coscienza sono più facilmente collegabili tra loro per il cliché che considera quest’ultima separata dalla nostra componente somatica, il nostro corpo: abbiamo subito un attacco da parte di un cane da piccoli e riteniamo che tale trauma si riproporrà solamente come una sensazione di ansia o paura ogni volta che ne vedremo un altro.

Niente di più sbagliato.

Pensiamo a cosa avviene durante una tale situazione: vediamo il cane che si avvicina, che fa per balzarci addosso. Secondo la teoria di Porges, in quel momento il nostro sistema simpatico si attiva per dare luogo ad una risposta a quello che ci sta accadendo, come mostrato in figura.

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Questo perché la parte più primitiva del nostro cervello è stata “progettata” per permettere un’esistenza ecologica con l’ambiente circostante (sarebbe bene che ce lo ricordassimo più spesso) fondata sull’istinto principale di ogni essere vivente: quello di sopravvivenza. In questo modo, possiamo decidere se ritirarci o attaccare in base a ciò che il nostro istinto ritiene siamo in grado di fare, così come accade in natura. funny-african-animals-27-cool-hd-wallpaperOvviamente, in questo caso, la cosiddetta coscienza viene bypassata perché in natura non si ha mai il tempo per fermarci a pensare sul da farsi (ve l’immaginate la zebra che si mette a ragionare riguardo al leone che si sta avvicinando un po’ troppo e che sembra decisamente non avere buone intenzioni?). Infatti, la discriminante tra l’essere mangiati e salvare la pelle è sempre stata una questione soprattutto di tempo. Per dovere di cronaca, occorre precisare che la reazione statisticamente più frequente è quella della fuga, perché l’attacco è una modalità che solamente chi è addestrato al combattimento mette in atto istintivamente. Non a caso, tutti gli insegnanti di arti marziali (quelli veri, non quelli che si spacciano come tali solo per fare la figura del macho su Youtube) raccomandano di evitare il più possibile il combattimento e di ingaggiarlo solamente se non c’è altra via d’uscita e se ci si sente davvero pronti.

In tutto questo, però, vi è una terza modalità di risposta, questa volta mutuata dal ramo dorsale del nervo vago (ricordiamo che il nervo vago è suddiviso in due rami separati, uno “davanti”, ventrale e uno “dietro”, dorsale) come illustrato in questa immagine.

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Stiamo parlando del freezing, ossia del congelamento, illustrata nel precedente articolo, una modalità che subentra quando vi è un’impossibilità ad effettuare reazioni di attacco/fuga, poniamo l’esempio in natura dell’arrivo di un predatore più forte/veloce. In questo caso, come la preda che si finge morta per scoraggiare l’aggressore (uso il termine “fingere”, anche se la reazione è istintiva), il sistema nervoso umano bypassaMichele-Bisi-1788-1874-...-e-caddi-come-corpo-morto-cade completamente il sistema simpatico, attiva quello ventro-vagale e, in poche parole, congela sia la risposta che quella somatica ad essa collegata. In quel momento, come spiegato in precedenza, l’intera nostra persona va “in tilt”, rispondendo con paralisi muscolare, spossatezza, ottundimento del pensiero fino ad arrivare allo svenimento, un ottimo espediente letterario se pensiamo agli svenimenti del buon vecchio Dante Alighieri nella “Divina Commedia“, utilizzati per evitare di spiegare come facesse a passare da un girone infernale all’altro, ma altrettanto esaustivo nello spiegare come si può essere sopraffatti da un’emozione così forte alla quale la nostra psiche non può reagire se non “spegnendosi” e interrompendo la risposta del nostro corpo.

Quindi, un trauma non solo ci causa forti stati di attivazione psicosomatica ma ce le blocca, ce le congela, fissandole in una, come dicono i gestaltisti, “forma non chiusa” o “non realizzata”.

Ecco perché, quando si va a lavorare sul trauma, non solo si va a lavorare sull’integrazione dell’emozione nel vissuto della persona in modo tale che essa possa essere tollerata, accolta e fatta propria, ma si da anche al corpo di completare quella risposta che all’epoca del trauma non ha potuto dare.

Facendo un piccolo esercizio, cerchiamo di focalizzare le nostre emozioni e di notare in quale punto del nostro corpo esse tendono a manifestarsi più frequentemente. Noteremo che, ad esempio:

  • la rabbia tende a “posizionarsi” nella zona della gola, sotto il mento e nelle braccia;
  • la tristezza nella zona dello stomaco e del diaframma (non a caso, essa viene accompagnata da una postura reclinata in avanti, come se si volesse proteggere quella parte);
  • la paura si posizionerà all’altezza della colonna vertebrale e dell’occipite. Non a caso, si parla di brividi lungo la schiena e di capelli che si drizzano.

Non a caso, la nostra postura rivela ciò che stiamo provando in un dato momento.

Immagine

A questo punto, è facile intuire il motivo per cui si parla tanto di malattie psicosomatiche e perché si ritiene che siano causate da un conflitto interno. Non sono altro che manifestazione, espressa con il proprio linguaggio, della volontà del nostro corpo di portare a compimento l’azione che esso non ha potuto terminare quando avvenne l’esperienza traumatica, come se, in quel momento, avesse chiesto alla nostra mente “E adesso che diavolo facciamo?”, non ricevendo però alcuna risposta.

Per tale motivo, durante il processo terapeutico, può capitare che le persone lamentino stati di intorpidimento, contratture, indolenzimento, può succedere che avvertano strani sapori in bocca o avvertano strani odori, manifestino nausea o vomito (è il sistema simpatico, responsabile del controllo viscerale, che si attiva) o, al contrario, sentano il bisogno di colpire, lanciare, afferrare qualcosa.

Nella Gestalt si utilizza spesso la metafora del “chiudere il cerchio”, del “completare la forma”. Ecco, questo è proprio ciò che un buon terapeuta deve permettere al proprio cliente: “permettere di permettersi”. Nello studio del terapeuta, la persona può sentirsi libera di avere le reazioni più disparate, senza la paura di essere interpretato o giudicato, in modo da poter liberare l’energia congelata dentro di sé e farla fluire nel punto in cui era destinata ad arrivare, liberandosi e liberando il cliente.

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Diego Ricci

 

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