La dissociazione traumatica

Secondo il DSM V, i disturbi dissociativi sono caratterizzati da una discontinuità nella normale integrazione della coscienza, della memoria, dell’identità, della percezione, della rappresentazione del corpo e del comportamento. I sintomi dissociativi possono potenzialmente compromettere ogni area del funzionamento psicologico.

Ma come si manifesta la dissociazione? Saremmo stupiti del fatto che essa sia più comune di quanto pensiamo, perché la dissociazione devia dal cliché del disturbo psicologico come comunemente lo immaginiamo, ossia un episodio fortemente destabilizzante e pervasivo, presentandosi come un fenomeno di cui ci accorgiamo a malapena, paragonabile ad una fuga di gas, del quale ce ne rendiamo conto solo quando la stanza è quasi satura.

Disturbi-dissociativi1Cos’è quindi la dissociazione? E’ un fenomeno che si verifica quando ci capita un evento al quale la nostra mente non riesce a fare fronte nel cosiddetto “modo razionale”, tanto è forte la carica emotiva che ciò che ci sta capitando suscita in noi. In quel momento, ci sentiamo sopraffatti dagli eventi e andiamo letteralmente “in tilt”, come un flipper a cui abbiamo dato un colpo troppo forte. Cosa avviene in quel momento? E’, letteralmente, una disconnessione dal qui ed ora, un distaccarsi dal momento presente e da una realtà che è troppo penosa, spaventosa o destabilizzante per poter essere integrata nel nostro vissuto. In quel momento, le nostre strategie di coping, vale a dire le modalità con cui la nostra mente reagisce al mondo circostante, sembrano essere insufficienti. Pensiamo ad esempio al caso di una persona che, da piccola, è stata morsa da un cane ed ha sviluppato una fobia per questo animale domestico. Ogni volta che incontrerà un cane per la strada sentirà l’ansia salire. A questo punto, una strategia di coping funzionale potrebbe essere la classica “vocina” interiore che ci dirà:” Non è il cane che ti ha morso. Non preoccuparti!” che abbassa il livello emotivo e lo fa rientrare dentro quella che Daniel Siegel (2013) chiamava “finestra di tolleranza”, ne ho parlato in un recente articolo, cioè in quel range ottimale entro il quale riusciamo a “convivere pacificamente” con gli eventi della nostra vita.

Quando però un particolare evento è troppo destabilizzante per il nostro equilibrio psicologico, ecco allora che la nostra mente reagisce ad esso con la dissociazione, una sorta di firewall che separa letteralmente il ricordo dell’evento, in particolare la sua valenza emotiva, dal resto del nostro vissuto.

Gli effetti di tale processo possono essere divisi in due tipologie diametralmente opposte:

1 – rimozione: l’evento viene letteralmente “cancellato” dalla memoria cosciente dell’individuo. Potremmo pensare che questo meccanismo di difesa dell’Io sia un valido alleato, dato che esso si comporta davvero come il firewall di cui parlavo prima, cioè relegando il ricordo traumatico in un angolino buio della nostra mente. Purtroppo non è così. Non dimentichiamoci che il nostro cervello raccoglie tutte le informazioni che arrivano ai nostri sensi. Una persona a cui venne chiesto di esaminare la vetrina di un negozio di scarpe, una volta sottoposta ad ipnosi riusciva a ricordare perfettamente TUTTE le scarpe esposte, dal colore, alla forma, al prezzo. Il fatto che, in stato cosciente, ricordiamo solamente alcuni particolari viene spiegato dalla teoria del filtro di Broadbend (1958), la quale afferma che, quando due stimoli vengono presentati contemporaneamente, solo uno dei due può passare il filtro, mentre l’altro rimanendo immagazzinato nel buffer sensoriale, può essere elaborato successivamente; questo meccanismo di selezione è necessario per evitare un sovraccarico d’informazione. Ecco quindi che, pur se relegato in quell’angolino buio, il ricordo traumatico continua comunque ad avere effetti sul nostro equilibrio psicologico.

2231Per provare a spiegare semplicemente come avviene questo processo, possiamo pensare al film del 2000 interpretato da Jim Carrey “Io, me & Irene”, dove la continua rimozione di ogni emozione spiacevole porta il protagonista Charlie a sviluppare una seconda personalità chiamata Frank: tanto quanto il primo è candido, impacciato ed affabile, il secondo è spigliato, volgare e aggressivo. Ovviamente, trattandosi di un film comico, l’esagerazione è di casa, mentre la realtà si presenta ben diversa; però trovavo l’esempio calzante: tutto quello che rimuoviamo dalla nostra coscienza, se non elaborato ed integrato nel nostro vissuto interiore, prima o poi viene a galla, causando discreti disagi. Possiamo tornare all’esempio della fobia dei cani: tale sintomo può essere causato da un fatto realmente avvenuto o dalla sua “trasposizione cinematografica mentale” di un evento traumatico di diverso tipo, ad esempio un abuso subito durante l’infanzia nel quale la figura dell’aggressore viene distorta e “spostata” sulla figura del cane. Un approccio terapeutico funzionale non si baserà solamente sulla desensibilizzazione dell’ansia ma dovrà anche comprendere un lavoro più profondo, per arrivare al nucleo, Jung lo definirebbe complessuale, del problema.

146592 – Reiterazione: al polo opposto troviamo, invece, un continuo riaffiorare del materiale traumatico che comporta, appunto, un distaccarsi dal qui ed ora per reimmergersi nel ricordo stesso, facendolo rivivere in un continuo loop. In quel momento è come se la nostra coscienza venisse meno e si accendesse una sorta di pilota automatico che esclude tutto quello che ci circonda per focalizzarsi sull’emozione primaria del ricordo. Anche qui mi avvalgo di un esempio cinematografico citando il film del 1980 “Stati di allucinazione” (anche se il titolo originale, “Altered states” – stati di alterazione – è meno fuorviante in quanto non si parla di allucinazioni ma di una vera e propria alterazione della persona) con William Hurt, nel quale un professore di medicina conduce su se stesso degli esperimenti restando in sospensione dentro una vasca di deprivazione sensoriale, ossia in un ambiente isolato per ottenere la massima assenza di percezioni esterne, per poter condurre un’analisi introspettiva della propria coscienza, un vero viaggio esplorativo nel proprio passato. Questo processo va al di là delle aspettative, causando una regressione evolutiva dello scienziato alle radici filogenetiche dei primi ominidi e poi oltre, fino alla creazione dell’universo. Come sempre, al di là della finzione cinematografica, trovo l’esempio calzante perché, appunto, durante un episodio dissociativo abbiamo appunto un isolarsi dal momento presente per ritornare al momento dell’evento spiacevole, come se bypassassimo il presente per reimmergerci nel passato. In quel momento si assiste ad un’attivazione della porzione sub corticale del cervello, il sistema limbico, i cui centri principali sono l’ippocampo, che detiene la componente mnemonica del ricordo, e l’amigdala, che ne detiene la componente emotiva, che comincia a funzionare come se l’evento si fosse appena verificato.

sistema-limbico

Come possiamo riconoscere un episodio dissociativo?

A livello cognitivo noteremo che la persona si sente spaesata, priva di riferimenti spaziali o temporali. Più o meno tutti abbiamo avuto l’esperienza di essere assorti nei nostri pensieri, ad esempio mentre stiamo guidando, finendo per arrivare a destinazione senza che ce ne fossimo accorti. Nello specifico, possiamo assistere ad episodi di:

  • Depersonalizzazione: quando le persone non si riconoscono nel loro corpo o nella loro mente. Si vive come se si fosse osservatori esterni a sé stessi. Ad esempio, la persona può avere la sensazione di guardarsi allo specchio e di non riconoscersi, o addirittura di non sentirsi connessa al proprio corpo.
  • Derealizzazione: la persona vive come se il momento presente non fosse reale, come se si trovasse in un sogno. Ha una sensazione di confusione perché si sente impacciata nel capire se ciò che sta vivendo sta succedendo davvero o meno e percepisce il mondo in modo distorto e distante senza poter fare nulla al riguardo. Questa condizione viene spesso associata al freezing. Ci è mai capitato di trovarci in una situazione dove ci siamo sentiti incapaci di muoverci e reagire a quanto ci accadeva?
  • Amnesia dissociativa: l’incapacità di ricordare informazioni autobiografiche importanti. La persona può dimenticarsi del suo compleanno, della data del suo matrimonio o anche di fasi intere della sua vita. L’amnesia dissociativa è diversa dalle dimenticanze quotidiane, in quanto influisce sulla persona che soffre di questo tipo di amnesia e le provoca un significativo malessere in quanto, spesso, può essere accompagnata alla derealizzazione.
  • Confusione e alterazione dell’identità: quando la persona ha dei dubbi su chi sia in realtà. Può sperimentare distorsioni del tempo, dello spazio e del contesto, può pensare di avere un’età diversa rispetto a quella reale. Quando si prova un’alterazione dell’identità, il soggetto può cambiare tono di voce o usare diverse espressioni facciali che possono rievocare situazioni passate.

A livello comportamentale, invece, le avvisaglie di tale meccanismo possono essere esemplificate prendendo in prestito la Teoria Polivagale di Stephen Porges (2001). Nel nostro cervello esiste un ramo mielinizzato del parasimpatico, facente parte del sistema nervoso autonomo, che funge da apparato di regolazione e origina in un’area del tronco encefalico denominata nucleo motorio del vago. Il nervo vago è costituito da una famiglia di nervi (da qui il nome di teoria polivagale): il ramo dorsovagale e il ramo ventrovagale, a sua volta suddiviso in due componenti, una componente viscero motoria, che regola le viscere al di sopra del diaframma (cuore e respiro), e una componente somatomotoria, che regola i muscoli del collo, della faccia e della testa (il sorriso, il contatto oculare, la vocalizzazione, l’ascolto).

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  • Il primo circuito che compare è quello denominato dorsovagale, osservabile nei rettili e nei mammiferi superiori. Si attiva in condizioni di pericolo estremo, creando uno stato di rallentamento che arriva fino all’immobilizzazione, il cosiddetto freezing (o congelamento). Nell’uomo, questa condizione di immobilizzazione con paura è collegata all’ottundimento mentale e alla perdita del senso di controllo e le emozioni sottostanti sono tristezza, disgusto, imbarazzo e, ovviamente, paura. Possiamo allora riscontrare uno stato di prostrazione: muscoli flaccidi, sguardo perso nel vuoto, il corpo è stanco e pesante e tende al movimento verso il basso. Chiamiamo questo stato ipoarousal, o ipo-attivazione.
  • Ad un livello successivo ha portato allo sviluppo del sistema simpatico, che regola la capacità metabolica e il battito cardiaco, ossia tutte quelle reazioni che, a livello fisiologico, sono collegate al meccanismo di attacco-fuga, la reazione di difesa elettiva del mammifero di fronte al pericolo; il sistema simpatico, quando si attiva, inibisce il tratto gastrointestinale, che è molto dispendioso in termini energetici (se devo difendermi da un pericolo la digestione passa in secondo piano…). L’attivazione del sistema simpatico è osservabile attraverso uno stato di mobilizzazione: aumentano le tensione muscolare, l’ossigenazione, la vasocostrizione e la frequenza del battito cardiaco, il rilascio di adrenalina dalle ghiandole surrenali. L’energia fluisce verso l’avanti e verso l’alto, la mandibola si serra. In questo caso, le emozioni sottostanti sono la paura e la rabbia. Questo stato viene invece definito iperarousal o iper-attivazione.
  • L’ultimo circuito ad essersi sviluppato viene chiamato ventrovagale, che è specifico dei mammiferi superiori e dell’uomo; si tratta di un circuito che ha un effetto calmante e frenante, perché frena l’attività del simpatico; il battito cardiaco decelera, ma, in questo caso, si tratta di un’immobilizzazione senza paura, in assenza di pericolo, il battito cardiaco rallenta (ma non è la bradicardia dovuta alla paura, come avviene nello stato dorsovagale), il respiro diventa più lento e profondo, avviene la modulazione dei muscoli dell’orecchio medio (che migliora la capacità di prestare ascolto e comprendere) e possiamo osservare movimenti armonici del collo e della testa.

Quindi, durante uno stato dissociativo, possono accompagnarsi manifestazioni fisiologiche legate ai primi due circuiti, a seconda della valenza emotiva del ricordo, che possono fornire utili elementi per poter comprendere la natura della sintomatologia e per elaborare un intervento di sostegno e cura adattato alla persona.

Ovviamente, per questioni di semplicità e brevità, le caratteristiche da me elencate sono prese tout court mentre, nella realtà, vi è tutto uno spettro di sfumature tra di esse.

Come tutti sintomi del disagio psicologico, essi non sono sinonimo di pazzia ma più semplicemente campanelli d’allarme che la nostra psiche, il nostro corpo o entrambi possono inviarci per farci capire che c’è qualcosa che semplicemente non va. Come il nostro corpo ha una discreta capacità di ripresa in caso di traumi o ferite, anche la nostra mente ha la plasticità necessaria per far fronte a eventi spiacevoli e alle loro conseguente sulla nostra persona. Basta solo trovare la giusta chiave di lettura.

Diego Ricci

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