La tecnica EMI per superare i traumi e le fobie in modo rapido

Articolo scritto da Elisabetta Ranghino

Sapevate che esiste una sostanza chimica corrosiva, altamente tossica, utilizzabile come arma di distruzione di massa, ma che allo stesso tempo si vende sotto vari nomi commerciali, è utilissima come disinfettante per la casa, il cibo e le attrezzature ospedaliere, rende pulita e limpida l’acqua delle piscine, e può perfino mantenere l’acqua del rubinetto sicura e potabile?

Si tratta sempre dell’ipoclorito di sodio variamente diluito in acqua: tutto dipende dal suo livello di concentrazione.

Quando è puro o altamente concentrato, può essere mortale; quando è introdotto in quantità piccolissima in enormi masse d’acqua, salva la vita di innumerevoli persone ogni giorno.

Perché vi parlo di questo?

Immaginate che l’esperienza più brutta e più terribile della vostra vita sia un bicchiere di candeggina, ovvero di ipoclorito di sodio concentrato, che dovete portare sempre con voi, stando attenti a non toccarla, perfino a non respirare troppo vicino ad essa, per evitare di farvi del male. Forse, per proteggervi, decidete allora di indossare sempre guanti di gomma, che allo stesso tempo vi impediscono di toccare anche tutto il resto, e una mascherina che non vi fa percepire alcun odore o profumo circostante, e rende meno chiare le vostre parole agli altri: il trauma vi sta impedendo di vivere la vita in modo pieno.

Col tempo, con il lavoro interiore e con la psicoterapia la diluite mano a mano: prima otterrete un disinfettante per le vostre ferite; poi, un’azzurra piscina in cui forse un giorno avrete il coraggio, le energie e la gioia di nuotare; infine, dispersa in innumerevoli litri d’acqua, potrete addirittura berla: forse sarà un po’ sgradevole al gusto, ma farà comunque parte di ciò che vi mantiene in vita ogni giorno.

La candeggina sarà sempre lì, non sparirà, ma il suo ruolo nella vostra vita sarà completamente ribaltato.

E’ più o meno così che funziona la tecnica EMI (Eye Movement Integration), ovvero l’integrazione attraverso i movimenti oculari.

In questo terzo ed ultimo articolo sul trauma, vorrei parlarne in modo specifico.

La saggezza popolare dice che, quando ci si trova di fronte ad una impasse, “dormirci sopra” aiuta a superarla e a vedere le cose con maggiore chiarezza e in una diversa prospettiva: è vero.

Secondo la scienza, il sonno si suddivide in 5 fasi, diverse da un punto di vista neurologico e fisiologico. In tutte queste fasi, pur se in modi differenti, i nostri occhi dietro le palpebre chiuse si muovono, e il nostro cervello sperimenta immagini, sensazioni, suoni e altri stimoli provenienti dall’interno.

In particolare, durante una delle cinque fasi i movimenti sono piccoli, rapidi e parossistici (REM), mentre durante le altre quattro sono ampi, lenti e fluidi (SPEM).

La scienza non ha ancora compreso ogni dettaglio su come e perché tutto questo avvenga, ma è certo che i movimenti oculari nel sonno hanno un ruolo fondamentale nell’elaborazione delle nuove informazioni ricevute durante il giorno, nella creazione di ricordi a lungo termine e nel mantenimento di un equilibrio mentale.

Tutti abbiamo sperimentato almeno una volta le difficoltà di concentrazione e di attenzione tipiche di quando non abbiamo dormito a sufficienza la notte precedente, ma persone mentalmente sane private totalmente del sonno come strumento di tortura sviluppano nel giro di circa una settimana sintomi del tutto simili a quelli di una psicosi grave, con allucinazioni, deliri ed eventualmente aggressività verso sé o gli altri.

D’altro canto, uno studio osservativo su persone schizofreniche evidenzia che hanno spesso difficoltà a effettuare da sveglie quegli stessi movimenti oculari lenti e fluidi caratteristici del sonno non-REM, seguendo un punto focale in movimento per tutto il campo visivo.

I movimenti oculari sono correlati alla qualità della nostra attività mentale anche durante lo stato di veglia.

L’aumento o la riduzione dei movimenti oculari in quantità, ampiezza e varietà potrebbe essere anche tra i fattori che rendono tali alcune attività comunemente considerate mentalmente rilassanti, come una passeggiata all’aperto o la pratica sportiva, o al contrario mentalmente stancanti, come il lavoro al computer o lo studio. Le stesse parole “svago” o “divertimento” richiamano l’idea dello sguardo che “vaga” o “verte”, si gira in “di-verse” direzioni.

E’ esperienza comune che una persona esausta o molto triste può avere uno sguardo “assente” e fisso.

Studi ormai classici dimostrano che il nostro sguardo tende mediamente a volgersi in specifiche direzioni a seconda del tipo di attività mentale che stiamo compiendo: in basso a sinistra quando siamo impegnati in una conversazione interiore con noi stessi, a sinistra a mezza altezza quando stiamo ricordando una frase che abbiamo udito, in alto a destra quando stiamo immaginando di vedere qualcosa, e così via.

In definitiva, i movimenti oculari, e soprattutto quelli lenti e fluidi che abbracciano la totalità del nostro campo visivo, sono connaturati al buon funzionamento della nostra mente e della nostra memoria.

La tecnica EMI (Eye Movement Integration) volge tutto ciò al servizio della cura.

La totalità del campo visivo del cliente rappresenta la totalità della sua esperienza e della sua memoria.

Guidando lo sguardo del cliente nelle varie direzioni e zone del campo visivo mentre questi è concentrato sul nodo problematico su cui desidera lavorare, non si fa altro che attivare e potenziare la naturale forza auto-guaritrice che ognuno di noi possiede.

Ad ogni movimento emergeranno nuovi elementi, associazioni, ricordi, pensieri ed emozioni, secondo una logica interiore, non diretta dal terapeuta, ma spontanea.

La rete associativa della memoria è unica in ognuno di noi, e lì sono contenuti sia il dolore che la strada verso il benessere.

A volte emergeranno contenuti molto forti, sorprendenti o apparentemente scollegati dal nodo problematico su cui si sta lavorando, ma tutto va accolto nel rispetto del sentire del paziente, che tra i due è chi in definitiva detiene realmente il controllo del processo.

La seduta comprende due aspetti, due momenti, due movimenti psichici: dapprima il nodo problematico o l’esperienza traumatica va rievocata in modo intenso, ma protetto e sicuro; poi, gradualmente, si va ad “attingere acqua” per “diluire la candeggina” e “rendere potabili” i diversi “bicchieri” in cui è contenuta l’esperienza: quello dei pensieri, quello delle emozioni, quello delle sensazioni corporee, quello dei ricordi per immagini, suoni, odori e così via.

La “candeggina” sta negli strati più profondi e primitivi della mente, difficilmente raggiungibili con la sola terapia della parola; l’”acqua” sta negli strati più evoluti, in grado di sviluppare una narrativa diversa, e nell’insieme di risorse emotive, esperienze protettive e aree della psiche dove vi è sicurezza e padronanza.

Alla fine della seduta, il paziente potrà percepire il problema o il ricordo in modo differente e meno doloroso di prima, ma come quando si lancia un sasso in uno stagno i cerchi continuano a propagarsi a lungo, nello stesso modo il processo di integrazione neurologica proseguirà nelle settimane seguenti, durante le quali si potrebbero sperimentare “scosse di assestamento” psicosomatiche, o potrebbero emergere nuovi elementi intensamente riparativi, sotto forma di immagini, sogni o pensieri.

Dopo una sessione di trattamento EMI potrebbe esserne necessaria un’altra, e altrettanto spesso il trattamento EMI (Eye Movement Integration) può essere un elemento inserito in un percorso terapeutico più ampio.

La potenza, la rapidità e l’evidenza con cui la EMI apporta un miglioramento, però, è davvero sorprendente.

Flashback, incubi, pensieri intrusivi, fobie, sintomi psicosomatici e altri disturbi legati ad un’esperienza traumatica lasciano la loro presa sul paziente, finendo per scomparire.

Man mano che la persona sofferente recupera energie, tutti quei comportamenti di ritiro, evitamento e isolamento che aveva sviluppato per proteggersi non saranno più necessari, e potranno essere abbandonati in modo spontaneo e senza forzature.

La voglia di mordere la vita, di fare progetti e scelte, di stare con gli altri e di sentirsi profondamente connessi conse stessi potrà essere tirata fuori dal nascondiglio in cui era stata protetta per tutto questo tempo.

BIBLIOGRAFIA:

Cesare Albasi – Attaccamenti traumatici – UTET, 2006

https://www.psiconline.it/articoli/per-saperne-di-piu/cavalcare-la-tigre-la-tecnica-emi-eye-movement-integration.html

Elton Kazanxhi, Diego Ricci Eye Movement Integration Therapy Tirana 2019

Danie Beaulieu – Eye Movement Integration Therapy – Crown House publishing, 2012

PDM Task Force (a cura di), PDM. Manuale Diagnostico Psicodinamico. Trad. it. di Francesco Gazzillo, Riccardo Pacifico, Angela Tagini. Milano: Raffaello Cortina, 2008

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